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ILVA: Biomonitoraggio, ancora dati inquietanti (e labirintici) gennaio 17, 2013

Più facile interpretare i sogni??

Catena alimentare compromessa? Per chi? Tentiamo di capirci qualcosa…


“Un ‘biomonitoraggio’ su allevatori tarantini e su un campione di donne in eta’ riproduttiva conferma che “esiste a Taranto, e in particolare nelle aree a ridosso della zona industriale, un problema di contaminazione della catena alimentare”. Lo ha affermato il direttore del Dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, Michele Conversano in occasione della diffusione dei dati di uno studio dell’Istituto superiore di sanità nell’ambito del progetto ‘Life 08 womenbiop’ (termine erratamente trascritto dall’articolista, sta per womenbiopop)’ “

Questo compare su “ANSA” .
Sulla Gazzetta del mezzogiorno troviamo una notizia più completa:

Diossine, policlorobifenili (PCB), e in generale gli inquinanti organici persistenti prodotti in aree come quella dell’Ilva di Taranto non hanno una incidenza particolare sulle donne in età riproduttiva. È quanto emerge da un biomonitoraggio effettuato dall’Istituto superiore di sanità insieme alla Asl di Taranto su un campione circa cento donne residenti nell’area urbana di Taranto e residenti in aree prive di impatto industriale per rilevare in entrambi i gruppi l’esposizione a inquinanti organici a elevata tossicità.

Lo studio, presentato questa mattina, fa parte del progetto ‘Womenbiopop’ finanziato dalla Comunità Europea e dall’Istituto Superiore di Sanità con il contributo del ministero dell’Ambiente, ed è «il più vasto progetto realizzato finora su donne in età riproduttiva per valutare l’esposizione a inquinanti organici persistenti e tossici», come ha sottolineato Loredana Musmeci, Direttore del Dipartimento Ambiente e connessa Prevenzione Primaria dell’Istituto Superiore di Sanità.

Così si aggiunge «un altro tassello alla comprensione di un fenomeno complesso» visto che «l’interpretazione dei dati di biomonitoraggio è in genere complicata e si giova anche del confronto con altri studi. I risultati ottenuti nel precedente biomonitoraggio condotto sugli allevatori delle masserie della provincia di Taranto hanno mostrato l’impatto delle attività industriali sulla produzione alimentare locale e la conseguente maggiore esposizione degli allevatori rispetto alle donne che hanno partecipato allo studio sulla popolazione femminile, confermando il ruolo predominante dell’esposizione alimentare nel determinare i livelli ematici di questi inquinanti».

E’ solo col prossimo tassello, però, che vediamo un pò più di luce.
Tra l’altro singolarmente collocato in sede diversa (con diverso link), ma sempre sulla Gazzetta del Mezzogiorno:

 «La presenza di elementi inquinanti negli allevamenti a ridosso dell’area industriale – ha aggiunto – contrasta con la minore presenza nelle donne per il semplice fatto che gli alimenti vengono quasi sempre acquistati dalle famiglie attraverso la grande distribuzione, e dunque raramente si tratta di produzioni locali. Ciò però non toglie che il problema della contaminazione della catena alimentare locale esiste».

 

Curiosa questa scelta di tenere separate parti salienti, da sole aventi poco senso… ma una volta unite possiamo provare a interpretare così:
Il problema della catena alimentare locale è evidenziato dal contrasto tra le due categorie degli allevatori e produttori di derrate prossimi all’ILVA e le donne in età fertile, sia residenti in zone prossime allo stabilimento che non.
Una presenza cospicua di inquinanti del sangue si è rilevata tra gli allevatori, ma non tra le donne, sia vicine che lontane, le quali evidentemente presentano tra loro valori di contaminazione analoghi o poco dissimili .
Poichè è noto che le suddette donne non fanno largo uso di prodotti locali nella loro dieta, perchè acquistano nei grandi centri commerciali, se ne deduce che la pericolosità maggiore risiede nel nutrirsi di alimenti locali contaminati, prodotti in prossimità dell’ILVA, piuttosto che nell’abitarvi nei pressi: a differenza che per le donne in esame, detti alimenti costituiscono ovviamente parte cospicua della dieta dei produttori e dimostrano tutto il loro potenziale inquinante coi valori risultanti dagli esami fatti a questi ultimi.

Leggendo però lettera 43 scopriamo che Alessandro Marescotti, leader degli ambientalisti tarantini (o almeno di una parte cospicua di essi, vista l’alta litigiosità interna che li contraddistingue), contesta i dati in quanto

«L’indagine ha un limite di fondo: è stata realizzata solo su donne giovani. Poiché le diossine sono bioaccumulabili, esse crescono di circa tre volte nel corso della vita e si riscontrano in concentrazioni molto più alte in donne anziane».

“Età fertile” di certo limita le indagini entro i 45 anni, massimo … andrebbe spiegato come e perchè tale scelta e tali limiti … ma non è dato sapere.

Vedremo nei prossimi giorni se l’intepretazione si mostrerà corretta. 

Ad ogni modo, non un sistema “friendly” di informazione, in particolare su argomenti così sensibili e delicati ci augureremmo altra serietà.
 

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